DONATELLA MEI AL FESTIVAL DI POESIA DI GENOVA
L’autrice romana protagonista di un reading a Genova. Forse ha pure trovato un editore. Le sue performance sono un misto di versi e cabaret
GENOVA, 18 GIUGNO 2007
Troppe cose a Genova. A giugno la cultura ci sommerge, ci sovrasta, ci fa sentire importanti e poi anche piccini, ignoranti, bambini. A giugno c’è il Suq – finito ieri, domenica 17 – e poi il Festival di Poesia, il Festival delle Periferie. Molti artisti in giro tra le tante gallerie: Satura, Galata e la Corea del Nord a Palazzo Cattaneo. Ed io chi vado ad incontrare? Al Festival della Poesia c’era Donatella Mei, una poetessa veramente originale: una passera solitaria, come ama definirsi, una leopardiana attrice di sue poesie.
Donatella Mei è romana. Ad ascoltarla viene subito alla mente Flaiano o Palazzeschi; meglio, un Campanile, corto però, perché lei si descrive come corta, piccola, minuta, ma con una carica di humour alta e potente. Le sue poesie sono spesso frasi spiazzanti: sono come cibi pesanti, però hanno la leggerezza di un’ala di pollo spennato, spellato e fritto all’istante, con il suono agghiacciante di un riso che è sempre di Origine Controllata e Garantita, la sua.
Questo è quello che scaturisce, in uno scambio veloce di battute, subito dopo la sua performance al Festival. Lei non era molto soddisfatta, anzi, era arrabbiata: «mi hanno fatto aprire la serata senza darmi un’adeguata assistenza. Non è così che si accolgono gli artisti. I miei reading sono anche cabaret, e luci, microfono, leggìo e devono essere preparati con cura».
Ma Genova sa farsi perdonare subito; lei dice che si è innamorata della nostra città. Mentre le domando dove posso trovare i libri con le sue poesie – e mi risponde che non ha ancora trovato un editore che la convinca a pubblicare come vuole lei – si avvicina a noi un editore genovese. Dopo un veloce scambio di battute, ecco che qui ha trovato un editore all’altezza, e forse nascerà anche qualcosa di importante. Ed io? Io sarò il suo presentatore. Ammazzate, oh! Che piacere.
La mia impressione è di una poesia istintiva e minimalista, che ti fa sorridere e ti schiaffeggia. Una poesia che sa affrontare con stili diversi lo scoppio di una energia vitale forte; c’è la voglia di un dire diretto e di un sapere trasversale, che va al nocciolo delle cose.
Per il momento mi affido alla registrazione fatta, dandovi un assaggio di parole per conoscerla meglio: Haiku.
mi mangio la foglia / mi mangio pure tutto il ramo / ma non capisco
Altro Haiku: Sognavo spesso/ di essere una radice / e spaccar tutto
Non te la do (guarda il video)
Tesoro no, non te la do/ E lo so che ti sorprende, tu sei più giovane, un uomo attraente/ Ed io dovrei essere felice di venire a letto con te/ È una grazia divina…anche un luogo comune però/ Ed io sarò un luogo piuttosto frequentato/ ma comune no, non lo sono mai stata/ dunque spero di non perdermi granché / ribadendo proprio a te che io no, no e poi no/ io a te non te la do.
(di Giorgio Boratto, articolo pubblicato da www.mentelocale.it”

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